Scuola

Ricordate la scuola prima della pandemia? Sembra trascorso un decennio. Era la scuola incompiuta. Quella del precariato spinto, delle sempre attese riforme, della geografia che non si insegna più, dei corsi di aggiornamento per i professori, delle scuole cadenti, delle aule mancanti, dei programmi che non cambiano mai.

Ma era anche la scuola degli eroi in ombra, di professori che amavano il proprio mestiere di educatori, che non sottraevano di fronte alla miseria, ma aggiungevano sempre valori, esperienza, passione, testimonianze.

La scuola prima della pandemia


Era una scuola zoppiccante, ma non immobile. Tutto sommato.
Guardava con attenzione le innovazioni tecnologiche e chiedeva con forza nuovi strumenti per coinvolgere di più gli studenti. Guardava con ammirazione le esperienze dei Paesi del Nord Europa che da tempo hanno quasi del tutto eliminato voluminosi libri di testo portando la rete della cultura all’interno delle aule scolastiche.
Poi, è arrivata la pandemia.

Tutto è stato stravolto. Abbiamo reagito come gli altri Paesi, chiudendo la scuola. Chiudendo in emergenza l’anno scolastico. Cassando di fatto esami e istruzione. Con quali danni per la preparazione e la socialità dei ragazzi lo scopriamo proprio in questi giorni.

La scuola durante la pandemia


Ma torniamo alla scuola della pandemia. Siamo un Paese folle e creativo, talvolta distruttivo. Così ci siamo inventati i monobanchi con le rotelle. Un piano straordinario per la nuova realtà sanitaria. Ed abbiamo assistito con un senso di impotenza alla distruzione dei vecchi banchi ed alla trasformazione della scuola con le rotelle. Non ha funzionato, non funzionerà mai.

Qualche istituto, prudentemente, ha conservato i vecchi banchi.
Nonostante le preghiere, dei laici e dei credenti, la pandemia non è passata. Così siamo stati costretti ad inventarci la Dad, la didattica a distanza, a distribuire computer e tablet. Quello che sognavamo di fare nelle scuole prima della pandemia.

Quello che chiedevano con insistenza anche i ragazzi, sempre più dentro alla rete.
Ma non abbiamo fatto i conti con un Paese vecchio. Non solo per le scuole fatiscenti, per le aule mancanti, per il mancato aggiornamento della classe docente, per i programmi, ma anche verso l’innovazione. Abbiamo la rete peggiore d’Europa, un territorio che non è ancora coperto del tutto o con una “banda”che salta in continuazione.
E neanche i bonus elargiti hanno risolto i problemi della nostra sospirata informatizzazione.

Non in tutte le famiglie era possibile far fronte con un computer ed una rete lentissima, ai bisogni educativi di tre o quattro figli. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli ultimi. Ancora una volta la scuola ha selezionato preventivamente non per meriti e capacità.

La scuola di sempre


Ma siamo capaci di non farci mancare nulla. Così, litighiamo anche sulla Dad, sul metodo, piuttosto che ripensare alle carenze strutturali e all’incapacità di fare rete in una scuola rinnovata.
Ma siamo anche il Paese degli eroi in ombra. Degli insegnanti che garantiscono il funzionamento di una scuola elementare frequentata da tre ragazzi ad Alicudi.

Quante Alicudi abbiamo in Italia? Tante. In piccoli paesi dove per salvare le scuole si riscrivono anche gli anziani. E siamo il Paese dove in periodo di pandemia, a Napoli, per esempio, maestri delle elementari hanno fatto lezione all’aperto pur di coinvolgere i ragazzi o dove presidi coraggiosi rincorrono quotidianamente le famiglie per strappare alla “cultura della strada” decine di ragazzi nelle periferie più difficili.
La scuola, appunto, del durante la pandemia. Non cambia molto, rispetto all’era prepandemica. È sempre claudicante. Manca sempre qualcosa ed anche questo diventa ordinario e non straordinario.
Ma la scuola è anche lo specchio della nostra comunità. Dove l’ordinario è anche straordinario.

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